Qualche pensiero

Data10/02/2021
Qualche pensiero su International Adoption e la cooperazione internazionale

La storia di una associazione come International Adoption si può raccontare anche per immagini. Sfogliando nei nostri archivi sono tante le foto di bambine e bambini, delle nuove famiglie che sono nate, occhi e sorrisi e abbracci. Sono tante anche le immagini dei viaggi che tutti abbiamo in mente e in 35 anni di racconto sono evidenti i cambiamenti dei paesi a noi cari. Sono tante però anche quelle immagini più difficili da leggere e meno emozionanti, come edifici in costruzione, attrezzature mediche, banchi e sedie. International Adoption è anche questo, fin dalla sua nascita. Oggi si parla di cooperazione allo sviluppo, ma allora era un semplice gesto di generosità che poteva fare la differenza nella vita delle persone. Dopo tanti anni, partecipiamo a bandi di finanziamento, proponiamo idee innovative assieme ai nostri partner in India, Nepal e Zimbabwe, immaginiamo un mondo più giusto.

In questi anni il volto della cooperazione internazionale è cambiato: è nato come un impegno di collaborazione tra le nazioni più ricche a favore del cosiddetto terzo mondo, ma si è poi trasformato in un movimento più profondo e che connette i popoli tra loro, annullando distanze e chiamando alla responsabilità persone che tra loro non si conoscono. Ricordiamo tutti eventi di portata mondiale come il Live Aid del 1985, una raccolta fondi per eliminare la fame nel mondo che ha permesso di raccogliere circa 150 milioni di sterline. Si sono poi strutturate le grandi organizzazioni internazionali che tutti conosciamo, e che tramite immagini forti ci ricordano quotidianamente che dobbiamo fare qualcosa per gli altri. Oggi ci sono le ONG dedite ai popoli migranti, e che con le navi in mare o fornendo supporto nelle rotte terrestri aiutano chi rischia la propria vita per una nuova vita. Sembra lecito chiederci: a cosa serve tutto questo? Cosa abbiamo ottenuto in tanti anni di lavoro, investimenti, rivendicazioni di un mondo più giusto? Ancora oggi ogni 5 secondi un bambino nel mondo muore per cause prevenibili, 152 milioni di bambini sono coinvolti in qualche forma di lavoro minorile, e tra questi 72 milioni svolgono lavori pericolosi, un bambino su 5 in età scolastica non accede all’istruzione. Che senso ha allora fare la nostra parte? Esther Duflo, economista premio Nobel nel 2019, in una appassionata spiegazione circa la necessità di studiare con metodo scientifico l’efficacia degli aiuti allo sviluppo, ci ricorda che sono stati spesi miliardi di dollari in questo senso e che, non potendo sapere come sarebbe andata ad averne spesi di più o di meno, una risposta a questa domanda non ce l’abbiamo. Sappiamo però che grandi conquiste sono state fatte e che grazie al lavoro congiunto delle organizzazioni internazionali, delle istituzioni e degli operatori che si sono spesi, la poliomielite non è più diffusa e siamo vicini alla sua eradicazione. Sappiamo che sono stati fatti notevoli progressi nella prevenzione e terapia della malaria. Il tasso di alfabetizzazione nel mondo si è notevolmente alzato. E’ importante riflettere poi su come sia cambiata in questi decenni l’idea di aiuto allo sviluppo, e su come sicuramente una parte degli obiettivi raggiunti è dovuta anche a questo. Non si lavora più in termini di assegnazione di risorse economiche ma si collabora con i paesi elaborando strategie, impegni reciproci, valorizzazione del patrimonio sociale, culturale, economico locale. La filosofia della donazione vincolata da parte di un paese “che sa”, ha lasciato spazio alla cogestione nella allocazione delle risorse da parte delle autorità locali, che meglio conoscono il loro paese e come cambiarlo. La programmazione a lungo termine pone traguardi chiari e valutabili. La globalizzazione e la diffusione della rete permette una più agile circolazione delle buone prassi e condivisione di intenti.

Anche noi crediamo in questo strumento e nella sua forza per raggiungere miglioramenti che rimangano nel tempo, e facciamo passo passo la strada assieme. Vi raccontiamo qualcosa in più con queste immagini.